Mia Parissi   blog

"Respiro" di Roberta

dalla lezione sul dialogo

 

Allora Elisabeth si precipitò lungo la strada per rincorrerlo, senza fiato, tendendo la mano vuota.
“William, non te ne puoi andare!” gridò fino a restare senza voce. “Come farò, William? Come farò?”.

Rosanna sfoglia la pagina del libro, distrattamente. Per qualche secondo segue il tracciato delle parole solo con gli occhi, la mente altrove non ne decifra il significato, deve tornare indietro. Questo romanzo stucchevole, poi, non invoglia proprio alla lettura. Ha sempre detestato i romanzi rosa. Gliel’ha regalato Marta per il suo compleanno. E’ già due volte che le chiede se le è piaciuto.
- E’ bellissimo, Rosanna. All’inizio è un po’ lento, ma poi ti lascia senza fiato.
Senza fiato anche lei, pensa.
- No, Marta, non ho avuto ancora tempo. Alla sera torno a casa alle otto e non riesco a leggere neanche due pagine.
- Perché non provi a leggere in pausa pranzo?
No!, quell’unica ora e mezza di pace sprecata da uno stupido libro d’amore.
Di solito esce ai giardini, quando fa caldo prova a ricevere il sole.
- Perché no?
Elisabeth non si accorse che per immettersi sulla strada era passata attraverso il bosco, tra i rovi, aveva il vestito a brandelli.
Ci mancava la neve, quando si è svegliata il suo paese era avvolto dal silenzio ovattato, sbigottito del bianco. Si è avviata controvoglia verso la stazione, sbuffando. Non le piace prendere il treno. E’ pieno di studenti chiassosi, brufolosi, che ridono di niente.
“Senza di te non sarò più viva!”.
Quanta retorica, pensa Rosanna. Quante parole già sentite. Forse in qualche canzone d’estate.
Non sapeva se avrebbe potuto sopravvivere.
Rosanna alza gli occhi. E’ salito uno sconosciuto dall’età indecifrabile sul treno. Sembra l’uomo delle nevi, uno che arriva da una regione polare. E’ enorme, tutto infagottato, giacca a vento blu, uno sciarpone bianco che lo copre fin sotto gli occhi, un orribile berretto grigio.
- Buongiorno.
- Buongiorno.
Che strano, un uomo che saluta. Di solito sul treno non si fila nessuno.
Elisabeth inciampò e cadde per terra.
“Che farò senza William? Dove andrò senza il mio bene?”.

Ha pure scopiazzato l’Orfeo di Gluck. Questo romanzo non si può leggere. Dirà a Marta che gliel’ha chiesto un’amica, che l’ha prestato.
- Sai, Marina ci teneva tanto…
Rosanna guarda la periferia di Milano che si estende muta.
Poi immerge nuovamente, distratta, quella sospensione nello sguardo tra le pagine.
“Non mi lasciare, ti prego, non mi lasciare!”.
“Come posso tornare a vivere adesso?”.
“Come faccio a tornare viva?”.

L’uomo delle nevi, che adesso è seduto davanti a lei, si sfila il berretto, ha i capelli neri. Si leva la sciarpa di lana, lascia appena intravedere il volto, chinato per disegnare nella mano il rumore stridente della zip della giacca a vento. Toglie i guanti. Grossi guanti bianchi, in pile. Liberarsi dalle maniche imbottite che scorrono lungo le braccia è un bel problema, rischia di tirare una gomitata nell’occhio al signore distinto, inglese, che gli sta seduto a fianco. Si scusa, e ha un alito di sorriso, imbarazzato.
Elisabeth scivolò nella pozzanghera, si sporcò il vestito bianco, le lacrime e la pioggia divennero cosa uguale.
Non fu lei, ma il cielo a piangere.
E lei si lasciò bagnare e bagnare, scuotere dalla tempesta, fino a non sentire più.

Ah, che palle!
Rosanna chiude il libro. E’ infastidita, urtata da tanta melassa.
Non si riesce a leggere.
Rosanna non sa quanto manca a Milano. Non ama particolarmente la città dove lavora, le dà un senso struggente, anonimo di solitudine. Eppure è così bella, così larga di piazzali, di storie ritrovate in ogni vicolo. Nelle giornate di sole persino il colore delle magliette dei turisti, le macchine fotografiche, le cadenze sciamate tra le labbra sembrano ammiccamenti. Arrivata a Cadorna, dovrà immettersi nella folla estranea per comprare i biglietti della metropolitana, e poi continuare la corsa. Tutti si affannano e nessuno sa dove va. Forse qualcuno lo sa. Le viene in mente un versetto del Qoèlet.
Adesso anche l’uomo delle nevi ha aperto un libro.
Avrà almeno trent’anni, pensa Rosanna, come lei. E’ un po’ stempiato, i capelli corti sono arruffati dall’impronta del berretto. Sembra appena alzato, ha ancora palpebre pesanti. I lobi degli orecchi stretti. Sotto la chioma si disegna un bel volto, da gatto distratto, occhi neri, sornioni, autoironici.
La ragazzina che le sta a fianco sta ascoltando l’i-pod. Tiene tra le gambe lo zaino variopinto di scritte con il pennarello indelebile, che lo fanno assomigliare ai graffiti sui muri della periferia. Ha gli occhi chiusi. Chissà cosa pensa.
Le lacrime e la pioggia divennero cosa uguale.
Fuori non piove, la pianura è svelata dalla neve.
Il fluire del treno è intervallato da brevi tonfi sulle rotaie, se ne sente cullata, appoggia la tempia sul vetro freddo di umidità.
Quell’odore preciso, da dove viene? Da dove bussa, dentro di lei? Quando l’aria era così pulita? Quando si poteva ancora aspettare?
Un uomo inciampa nell’ombrello che una signora non ha ben sistemato, ruzzola per terra imprevisto, rumorosamente. Tutto il vagone sospende un attimo di apnea in gola, anche Rosanna, che lo guarda sgomenta, per poco non le cade addosso.
Si rialza, imbarazzato, rosso in faccia, si è sporcato i pantaloni e con gesti secchi si scuote la mano sui ginocchi.
- Non è niente – sembra sentirsi in dovere di dire.
Anche Rosanna riprende il respiro. Incontra per caso gli occhi dello sconosciuto che le sta davanti, che bruciano quell’ultima tensione e, non sa perché, a disagio per quella reazione insolente, fuori luogo, le si affaccia alla bocca un riso irrefrenabile, isterico, di riconoscimento, esattamente congiunto al suo.
Spera che l’uomo, che nel frattempo ha percorso l’intero vagone, non se ne accorga. Vorrebbe dare una risposta fragile, bambina, idiota, non rido per lei.
Abbassa il volto, riapre nervosamente il libro orribile, fa finta di trovarlo interessante. Fatica a tradurre la sincronia.
- Le è caduta questa.
L’uomo delle nevi le raccoglie la sciarpa, che, nel subbuglio degli inciampi, è finita per terra. Sembra malconcia, arruffata come i suoi capelli. Rosanna pensa questo, e sorride.
- Grazie.
Gliela passa, incontra la punta delle sue dita. Rosanna aveva dimenticato quanto un gesto banale, incontrare una mano, potesse scaldare, congiungere, eccitare, dare consolazione. Anche se è un attimo acciuffato sul tempo, si impedisce di andare lontano con i pensieri.
- Scende a Cadorna?
- Sì, - risponde docilmente, non è nemmeno stupita da quella domanda – stamattina la neve non mi ha lasciato prendere la macchina.
Glielo dice d’un fiato, con una leggera forzatura nel discorso, il filo è labile, basta sfuggire uno sguardo perché cada.
- Io sono un pendolare, – Rosanna cerca di ricordarsi dove sia salito – non mi dispiace muovermi con i mezzi.
Il silenzio si addensa per un minuto, Rosanna sbuffa un respiro dal naso, si raspa in gola una tosse rauca. Sta per ritornare sul libro.
- E’ un bel libro? – le chiede.
- E’ urtante.
Lui ride, ha davvero uno sguardo sornione, complice, di una fantasia leggera, che non carica sottintesi, né compiacimenti.
Però non comprende il suo pensiero.
- Il mio è senz’altro peggio – e solleva nella mano il testo, le spiattella davanti agli occhi un titolo tecnico. - E’ un libro di marketing.
Lei non sa neanche esattamente che cosa sia, ma annuisce, per cortesia, con una gentilezza disorientata.
- Non ci siamo presentati – Rosanna lo guarda quasi imbarazzata, eppure lo sente, non è il solito, l’italiano medio che ci prova con chiunque. E’ disarmato, distratto, morbido. - Io mi chiamo Francesco.
Lei lo ripete piano, lo trattiene nel suono che quel nome gusta nella bocca. Soprappensiero, per non dimenticare, fissare quell’eternità.
- Io mi chiamo Rosanna – ancora stringe la stessa mano di prima, la riconosce, uguale a se stessa. – Veramente il mio nome è Rossana, non so perché tutti mi chiamino così – e ride, non sa perché glielo dica, di solito non lo fa mai, arrossisce per quell’estro di confidenza che le è sfuggito. Quello sbilanciamento sospeso, penoso, alla sua risposta, che forse non sarà. Da bambina confidava il nome vero con un certo, assente, dispiacere. Rossana le pareva un nome così fecondo, così fiorito, di papaveri. Rosanna era impostato sul suono di quella esse schiva, severa. Perdeva di rosso.
- Rossana. La donna di Cyrano – gli legge in faccia che ha voluto riempire quella sospensione con la fretta di placare, anziché di assecondare, l’attesa. Francesco sfugge lo sguardo, lo posa sulle mani di lei, inventa un altro tracciato al discorso – Chissà quante volte gliel’hanno detto.
In realtà non gliel’ha mai detto nessuno, nessuno conosce il suo nome.
Ma ride per smaltire quell’imbarazzo, recuperare il filo che si sfilaccia.
- Siamo quasi arrivati – il treno passa sotto quel tunnel asfittico, luminoso, freddo della fermata di Milano Domodossola. Le toglie per un attimo il respiro. La solitudine le rimbomba nella gola nella cadenza maschile, metallica, gentile che vibra dagli altoparlanti del treno. – C’è ancora neve.
Francesco infila la sciarpa, copre le guance lievemente scavate, una scossa che gli sfugge sulla mascella. Lei si alza, si avvolge in un cappotto grigio, pesante, si comprime con la stessa triste determinazione con cui le dame antiche chiudevano il petto in un bustino.
Lei che fino a dieci minuti prima era rabbiosamente rassegnata alla propria vita statica, arida, sente che potrebbe spaziare il petto a nuovo ossigeno, inventare passi di danza col fiato, rischiare un’altra volta. E resta lì. Sospesa. Ha in bocca una parola che non prende forma, forse farebbe bene a impostarla ad un addio, dimenticare.
Il treno si ferma, lui carezza un sorriso esile. Spera che non le dica buongiorno.
Non le dice nulla, non serra il fiato come lei. Si gira di spalle, con la stessa leggerezza dei suoi occhi, le arriva addosso il suo odore, di brina.
Lei infila il libro nella borsa, lo odia, non lo sopporta. Una ragazza le passa davanti mentre sta per uscire lungo il corridoio del treno, li separa come un taglio, la ferisce, offende, ma non riesce a parlare.
“Non mi lasciare, ti prego, non mi lasciare”.
Lui si gira secco, incerto. E’ buffo come sia bastato un estraneo a darle per un attimo un cuore di ragazzina.
- Per domani danno ancora neve – esita, ma continua a guardarla. – Mi sa che ti toccherà un’altra levataccia, per prendere il treno.
Lei vorrebbe ridere, istericamente, come prima, ma si schiude in uno sguardo rotondo, senza tempo. Quell’attimo di contropiede le ha cavato impreparato un sorriso nudo.
Come non gliene venivano più. Da quel giorno.
- Allora, a domani, Francesco.
Anche lui sorride, complice di un segreto che sembra una grazia, una birbanteria.
- A domani, Rossana.

 

 

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