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"Evasione" di Matilde
 

Una volta aveva letto da qualche parte che il primo pensiero del mattino condiziona tutta la giornata. Il suo primo pensiero, anche quel mattino, fu qualcosa di poco simpatico nei confronti della sveglia.
Alice aveva quarantasette anni, una bella famiglia, un buon lavoro e non c’era niente nella sua vita che non andasse; non aveva, perciò, alcun diritto di lamentarsi e avrebbe dovuto sorridere con entusiasmo ad ogni nuovo giorno. Con un vago senso di colpa per il pessimo umore con cui aveva accolto il risveglio, si affrettò a preparare la colazione per i suoi due figli, mentre salutava il marito, che, dopo aver bevuto rapidamente un caffè, si avviava al lavoro.
Venticinque minuti dopo Alessandro e Giacomo varcavano correndo la soglia della vicina scuola media. Li osservò per un attimo: Giacomo, il minore, si era avvicinato subito ad un compagno, Piotr, che era arrivato solo da qualche giorno; prima o poi avrebbe dovuto rassegnarsi ad invitarlo a casa loro a fare i compiti: suo figlio continuava a chiederlo, ma lei era restia ad accettare e prendeva tempo; era un rumeno, o moldavo, o giù di lì, comunque uno di cui diffidare. Un pensiero di pochi secondi, poi cercò di dirigere la sua mente al lavoro che l’aspettava quel giorno.
Guidava nel traffico, lento ma frenetico, dell’ora di punta e il suo sguardo incrociò quello di una ragazza, che le sorrideva beata da una assolata e invitante spiaggia tropicale; la scritta al suo fianco recitava “Io faccio quello che mi va, in ogni stagione, e tu?”
Io no - rispose Alice a voce alta – altrimenti adesso non mi sognerei neanche di andare in ufficio, anzi!
Lasciò che la sua mente vagasse alla ricerca di un desiderio che fosse all’altezza della foto sul manifesto pubblicitario: in quel periodo le capitava spesso di rifugiarsi in fantasticherie lontane dalla sua vita quotidiana, così grigia e monotona; non raccontava a nessuno questi pensieri, dei quali si vergognava un po’, come fossero capricci di una bambina viziata.
Persa nelle sue fantasie, Alice quasi non si accorse della paletta rossa che un poliziotto agitava deciso alla sua destra e accostò solo all’ultimo momento.
Andiamo di fretta, vero?
Mi scusi, agente, sto andando al lavoro.
Il poliziotto la guardò come se non avesse mai sentito niente di più stupido e le chiese, sbrigativo, patente e libretto. Dopo un breve consulto col suo collega, l’agente si rivolse nuovamente ad Alice.
Mi dispiace signora, dobbiamo perquisire lei e la sua vettura.
Come sarebbe? Perché?
Ordini superiori
Naturalmente ad una tale risposta non si poteva opporre niente e Alice dovette rassegnarsi ad attendere, sperando che quella seccatura finisse in fretta.
Telefonò in ufficio per avvisare che avrebbe avuto un lieve ritardo, perciò non fece molto caso al fermento tra i due agenti che stavano perquisendo la sua auto, finché uno dei due, in tono sgarbato, le intimò di salire sulla volante per recarsi alla centrale.
Alice era costernata.
State scherzando? Guardate che io non posso, devo andare al lavoro, sono un’onesta cittadina, pago le tasse e…
Neanche noi abbiamo tempo da perdere: lei è in arresto, preferisce seguirci o intende opporre resistenza?
Vedendo che l’altro agente stava già prendendo un paio di manette, capì che non aveva molta scelta e salì sull’automobile. Solo dopo essere ripartiti, ebbe il coraggio di dire:
Posso sapere almeno di cosa mi si accusa?
Detenzione e spaccio di stupefacenti.

Non era possibile che una cosa del genere stesse succedendo a lei, doveva essere un sogno, un terribile incubo. Rannicchiata sul sedile posteriore dell’automobile, Alice non riusciva più nemmeno a parlare: avrebbe voluto chiedere chiarimenti ai due agenti, ma sentiva un nodo in gola e un fortissimo senso di nausea. Il viaggio per fortuna fu breve, quando giunsero a destinazione faticò persino a percorrere i pochi metri che la separavano dalla caserma, tanto le tremavano le gambe; cercò di mantenere un passo il più possibile dignitoso, perché non voleva apparire debole agli occhi dei due agenti, che comunque erano del tutto indifferenti al suo stato d’animo. Subito la fecero entrare in un atrio spoglio, dove si accasciò su un’anonima sedia di plastica, in attesa che degli sconosciuti decidessero qualcosa del suo destino. L’unica presenza umana, oltre a lei, era un altro uomo in divisa, che osservava ogni suo movimento senza pronunciare una parola; i due poliziotti che l’avevano accompagnata erano scomparsi.
Quando il respiro e il battito cardiaco ripresero un ritmo accettabile, cercò di riordinare i pensieri. Continuava a ripetersi che doveva stare tranquilla: l’accusa era così ridicola e assurda, che certamente in poche ore si sarebbe risolto tutto e lei sarebbe tornata alla sua solita vita che, mai come ora, le sembrava quanto di più desiderabile potesse esistere. Eppure non riusciva a calmarsi: controllata a vista come un individuo pericoloso, come un narcotrafficante, lei che in vita sua non aveva mai nemmeno fumato uno spinello. Sentiva il bisogno di muoversi, di camminare, come per scrollarsi di dosso questa situazione assurda, ma non osava alzarsi per timore di essere richiamata dalla guardia. Così se ne stava lì, a testa bassa, il volto nascosto dai riccioli biondi, gli abiti eleganti stropicciati e incollati addosso al suo corpo esile, le mani gelide e sudate intrecciate strettamente, lo sguardo fisso sull’orologio che scandiva il lentissimo tempo dell’attesa, l’ansia tradita solo dal movimento incessante e ritmico della gamba destra. La tensione stava diventando insostenibile e, quando la porta si aprì all’improvviso, Alice scattò in piedi come una molla: era uno dei poliziotti che l’avevano accompagnata in caserma, che le intimò di seguirlo nell’ufficio del comandante. Finalmente! Ora la situazione si sarebbe chiarita e magari le avrebbero chiesto anche scusa per quel trattamento ignobile.
Il comandante era un uomo sulla quarantina, dai modi sbrigativi, che sembrava aver barattato la gentilezza con la divisa; vedendolo, il pensiero speranzoso di poco prima si dissolse in un lampo.
- Signora lei è in arresto. Tutto ciò che ha con sé sarà requisito, se vuole può fare una telefonata, le consigliamo di contattare il suo avvocato.
Alice sentì il suo mondo andare in frantumi: ora doveva perfino andare in prigione! La situazione era talmente irreale, che le successe una cosa strana: di colpo non provò più alcuna emozione, si sentì distaccata come se tutto questo non stesse accadendo a lei, come le succedeva da piccola quando la sgridavano e si tappava le orecchie per non sentire e per convincersi che non fosse vero.
Avrebbe voluto protestare, ma non ne ebbe la forza o forse qualcosa, nello sguardo del comandante, le fece capire che sarebbe stato inutile; non ritenne nemmeno di dover dire che non aveva un avvocato: in quel momento le sembrò che anche quello potesse essere un reato o comunque un’imperdonabile leggerezza. Chiamò suo marito, informandolo brevemente della situazione, poi si lasciò scorrere addosso le ore successive, impiegate in perquisizione, cambio d’abito per indossare la ruvida divisa carceraria e accesso alla cella, come se non la riguardassero.

Ciao, come mai sei qui?
La voce della sua compagna di cella la riscosse dal mondo di silenzio in cui si era chiusa da quando aveva varcato la soglia della prigione. La guardò un attimo prima di rispondere: era giovanissima, sicuramente non superava i vent’anni, aveva gli occhi chiarissimi, così come la carnagione, lunghi capelli biondi; Alice capì dal suo aspetto e dall’accento strano con cui le aveva parlato che non doveva essere italiana.
Mi accusano di detenzione e spaccio di stupefacenti.
Droga? Anche mio fratello spacciava, ma non va bene, sai? Non spaccia più adesso - affermò la giovane con convinzione.
Alice era sbalordita: non solo quella ragazza credeva che lei spacciasse, ma lo trovava normale e le consigliava di smettere, con la semplicità con cui le avrebbe suggerito di cambiare la marca del detersivo. Stava per rispondere indignata, ma la ragazza continuò:
Abbiamo visto nostra vicina di casa morire per droga: aveva quindici anni; mio fratello aveva dato a lei dose che l’ha fatta morire. Non ha più venduto droga da allora, è cosa molto brutta, da non fare.
Guarda che io non spaccio droga, mi hanno messa qui per sbaglio.
La giovane sorrise e alzò le spalle, come se non avesse molta importanza, poi porse la mano ad Alice e disse: - Mi chiamo Mariam, vengo da Romania.
Io mi chiamo Alice. Tu perché sei qui, Mariam?
Prosuzione.
Che diavolo voleva dire “prosuzione”?
Ero sulla strada e i poliziotti mi hanno presa e portata qui.
Ah, prostituzione!
Sì, infatti, non mi viene mai quella parola lì.
Alice, con un brivido, si chiese cosa ci faceva chiusa in una cella con una prostituta rumena, cosa c’entrava con quella donna che vendeva il suo corpo per pochi soldi? A quell’ora avrebbe dovuto essere a casa, ad accogliere i suoi figli di ritorno da scuola, stare con loro, aiutarli a fare i compiti, invece chissà ora con chi erano e se si chiedevano dove fosse la loro mamma.
I miei figli saranno già tornati da scuola, di solito sono a casa ad aspettarli.
Mariam la guardò con tristezza.
Io non vedo mio figlio da sei mesi.
Com’era possibile che una ragazza così giovane avesse già un figlio? Mariam intanto le stava mostrando una foto stropicciata nella quale un bambino biondissimo di circa un anno sorrideva gioioso.
Si chiama Iosef, sta in Romania con mia mamma. Se torno là non potrò più tornare in Italia.
Tu vuoi stare in Italia?
In Romania non c’è lavoro, io sono venuta qui perché un uomo mi ha detto che qui potevo lavorare. Non pensavo che dovevo andare sulla strada, però poi mi hanno costretta e almeno così mando soldi a casa. Solo che ora sono in prigione e non so cosa farò.
Perché non ti cerchi un altro lavoro?
Non ho permesso di soggiorno, nessuno mi prende. Poi non mi lasciano andare dove voglio, se no magari facevo cameriera da qualche parte e poi prendevo permesso di soggiorno e potevo andare da Iosef o farlo venire qui, ma non si può. Ora è ancora peggio perché forse mi rimanderanno in Romania e non so come farò a vivere.
Una guardia aprì la cella e tolse Alice dall’imbarazzo di dover rispondere.
Ci sono visite per lei – disse e l’accompagnò in una sala, destinata ai colloqui.

Alice, amore mio, cos’è successo?
Suo marito la stava abbracciando, accanto a lui un uomo di bell’aspetto, elegante, con una valigetta nella mano sinistra, le stava porgendo la destra per presentarsi
Piacere, sono l’avvocato Marotta. Se vuole spiegarmi qual è il suo problema, sono qui per aiutarla.
E’ difficile risponderle, sa? Io stamattina stavo andando al lavoro, come al solito, quando sono stata fermata da una pattuglia che, dopo aver perquisito l’automobile, mi ha accompagnata in caserma, dove mi hanno arrestata.
Signora, abbiamo richiesto formalmente il capo d’imputazione, la risposta ci arriverà domani, ma da quello che sono riuscito a scoprire, pare che sulla sua auto abbiano trovato una sostanza sospetta, che è stata inviata al laboratorio per le analisi. Stanno ricercando degli spacciatori proprio nella zona che lei attraversa tutte le mattine e per giunta la sua macchina corrisponde alla descrizione delle auto segnalate. Io vorrei che lei fosse sincera con me e mi dicesse tutta la verità, solo in questo modo potrò aiutarla.
Così anche il suo avvocato la credeva colpevole, oltre alla sua compagna di cella e all’intero corpo di polizia! Alice si rivolse al marito:
Giuliano, almeno tu credi nella mia innocenza o hai dei dubbi?
Giuliano le sorrise in quel suo modo dolce che riusciva a riconciliarla col mondo e le rispose:
Il giorno in cui crederò che tu sia una spacciatrice di droga, potranno farmi credere che l’acqua vada all’insù o che gli asini volino, perché vorrà dire che sarò completamente pazzo.
Poi tornò serio e aggiunse: - Purtroppo però la situazione è preoccupante; dopo che mi hai telefonato, sono stato contattato dalla polizia: volevano interrogare Alessandro e Giacomo, nella loro scuola si sospetta che giri droga e pensano che tu possa esserti servita di loro o che siano coinvolti in qualche modo.
Ti prego, Giuliano, fa’ in modo che loro ne restino fuori! Sono sicura che in poco tempo tutto si chiarirà e voglio che i bambini siano protetti!
Sto cercando di fare tutto il possibile, per il momento hanno parlato solo con Alessandro ed io ero presente; gli hanno fatto domande molto generiche e si è visto chiaramente che con la droga non ha niente a che fare. Anche se era molto emozionato, ha sostenuto bene l’interrogatorio: è proprio in gamba nostro figlio.
Non ti hanno chiesto come mai non sono tornata a casa?
Ho detto loro che hai dovuto fermarti fuori per lavoro.
Si saranno stupiti, non è mai successo che mi fermassi fuori senza avvisarli prima.
E’ stato Alessandro più che altro a farmi un mucchio di domande, mentre per Giacomo la mia spiegazione è stata sufficiente. Era un po’ scombussolato dall’interrogatorio della polizia e secondo me avrebbe voluto parlartene, ma stai tranquilla, abbiamo già parlato un po’ io e lui e stasera cercherò di stargli vicino. Ah, mi ha chiesto di darti questa - Giuliano porse ad Alice una busta con una lettera
Come poteva immaginare che ci saremmo visti?
Gli ho raccontato che avendo saputo all’improvviso che dovevi partire, avevi bisogno del pigiama e di un cambio, perciò sarei venuto in ufficio a portarteli. Scusami, ma voleva telefonarti a tutti i costi, ovviamente il telefono risulta spento e per tranquillizzarlo gli ho detto che ti avrei vista.
Mi auguro che questa faccenda si risolva in fretta, non è una situazione facile da reggere.
Signora, – intervenne l’avvocato – lei però dovrebbe dirci per quale motivo la polizia ha trovato una sostanza sospetta sulla sua auto.
Ad essere sincera, non ne ho la minima idea.
L’avvocato non sembrava convinto, ma aggiunse:
Comunque in ventiquattr’ore avremo i risultati delle analisi e almeno sapremo di che tipo di droga si tratta.
Una guardia si avvicinò dicendo: - Il tempo del colloquio è scaduto. Signora, mi dispiace, ma non può portare nulla in cella, che provenga dall’esterno. – e indicò la busta che Alice stringeva tra le dita.
Con gli occhi lucidi mormorò: - Ma perché? E’ una lettera di mio figlio.
Se vuole può leggerla ora, le concedo altri cinque minuti, ma non di più.
Era davvero il massimo che la guardia potesse fare e Alice la ringraziò con lo sguardo mentre, con dita tremanti, apriva la busta.

Cara mamma,
oggi stanno succedendo delle cose molto strane: sono stato interrogato da due poliziotti, che mi hanno chiesto cose che riguardano la droga (non mi pare che l’abbiano fatto con altri miei compagni), tu sei partita all’improvviso e non sei rintracciabile e papà risponde evasivamente ad ogni nostra domanda.
Vorrei che voi due la smetteste di trattarmi come un bambino, visto che non lo sono già da un pezzo e mi diceste le cose come stanno! Non ho potuto parlare apertamente con papà perché Giacomo avrebbe sentito, ma questa tua partenza mi sembra un po’ sospetta e voglio dirti, se mai leggerai questa lettera, che qualunque cosa ti sia successa io ti aiuterò in ogni modo, puoi contare su di me!
Giacomo invece ha creduto in pieno alla storia che ha raccontato papà e stai tranquilla che farò in modo che continui a crederci.
Chiamami appena puoi.
Alessandro

Quando richiuse la lettera Alice sorrideva e piangeva nello stesso tempo. La porse a Giuliano dicendo:
Nostro figlio dovrebbe guardare meno polizieschi e tu dovresti imparare a mentire meglio.
Giuliano lesse rapidamente il biglietto e sgranò gli occhi per lo stupore.
Stasera gli parlerò. Credo che dobbiamo rassegnarci a dirgli quello che è successo, prima che si metta in testa chissà cosa.
Sì, temo di sì. Mi raccomando, però, fagli capire che non deve fare niente e che anche se si crede un super eroe certe cose è meglio che le lasci alla polizia. Portagli un bacio da parte mia e di’ ad entrambi che tornerò presto.
Speriamo, signora – intervenne l’avvocato con voce asciutta. – Io farò il possibile, molto dipende dai risultati delle analisi.
Il tempo era davvero scaduto ora, Alice si congedò convinta di avere un marito meraviglioso, ma totalmente incapace di scegliere un buon avvocato

Ritornò in cella e trovò Mariam profondamente addormentata. Mentre la osservava si ritrovò a pensare a quanto fosse fortunata lei, dopotutto, ad avere una famiglia vicina, che le voleva così bene: Giuliano, che non aveva dubitato di lei neppure per un attimo, Alessandro, pronto a tutto per difenderla, ma comunque preoccupato anche di proteggere il fratellino da questa situazione. Mariam invece, era costretta a stare lontana dal suo bambino, sfruttata in modo bieco in un paese straniero, eppure col timore di dover tornare a casa a stare peggio; si ritrovò a pensare che forse in quella cella c’era qualcuno che stava subendo un’ingiustizia più grossa della sua, quando la giovane aprì gli occhi e le sorrise.
Ciao Mariam, hai riposato bene? Devi aver fatto un bel sogno, ti sei svegliata sorridendo.
Io sorrido sempre quando mi sveglio: mamma da piccola mi diceva che svegliarsi con sorriso aiuta a vedere cose belle della vita.
Alice cercò di scacciare il pensiero di come si svegliava lei solitamente e le sorrise a sua volta.
Mi sembra molto saggio.
Com’è andato il tuo colloquio?
Bene, ho incontrato mio marito e il mio avvocato, ma non ho ancora capito come mai sono stata arrestata, forse domani ne saprò di più.
Sì, vedrai, domani andrà meglio: tu non sei tipo da stare in prigione.
Cosa vuoi dire?
In prigione ci stanno tipi come me, che non hanno posto nella società, non tu.
In verità in prigione dovrebbero starci quelli che hanno commesso dei reati, no?
Mariam scoppiò a ridere, una risata argentina, sincera, non di scherno.
Ecco perché tu non sei tipo da prigione, non hai ancora capito che veri colpevoli in cella non vanno mai: io sono colpevole di aver venduto mio corpo su strada, che in vostro paese non si può, ma quelli che mi hanno portato qui con inganno, quelli che sono diventati ricchi usando me, quelli che comprano mio corpo ogni sera, non sono forse colpevoli? A me prigione non pesa, sai? Io sono in prigione anche quando esco di qui, a me pesa non essere con mio bambino, mi pesa non poter fare un lavoro … come si dice? Rispettoso?
Rispettabile?
Ecco, e mi pesa anche non riuscire a dire cosa sento perché non so vostra lingua.
Ti sei spiegata molto bene, in verità.
Alice avrebbe voluto confortare Mariam, ma non sapeva cosa dirle, sentiva soltanto un gran peso sul cuore e fra loro due, chissà perché, le sembrava di essere lei la più colpevole.

Dopo una notte piuttosto agitata, Alice trascorse la mattinata a chiacchierare con Mariam. Fu un vero momento di relax: parlarono un po’ di tutto, dai ricordi d’infanzia alle ricette per il sugo, evitando accuratamente, come per un tacito accordo, di toccare argomenti seri o tristi, quasi si fossero trovate non in una prigione, ma in un accogliente salotto. Ad un certo punto una guardia venne ad annunciare ad Alice una nuova visita.
Nella stanza dei colloqui trovò Sandra, la sua migliore amica, che, visibilmente preoccupata, si sforzava comunque di sorridere.
Alice, amica mia, non riesco a credere che ti abbiano arrestata, ma la polizia non ha altro da fare che arrestare la gente per bene?
La voce acuta di Sandra risuonava in tutta la sala colloqui, che per fortuna in quel momento non era occupata da altri detenuti; con i suoi abiti eleganti e il suo modo di fare era del tutto fuori luogo in quell’ambiente
Ciao cara Sandra, sono così contenta di vederti!
Alice teneva un tono di voce più basso, forse per invitare l’amica a fare altrettanto.
Ma senti, qui come stai? Ti danno da mangiare? La cella com’è? Sei da sola?
Sparò quella mitragliata di domande in un solo fiato, ma ora il tono era sommesso, complice, mentre i piccoli occhi castani si muovevano continuamente, scrutando a fondo l’ambiente come per controllarlo.
Non posso proprio dire di essere al grand hotel, comunque i pasti ci sono, anche se non ho molta fame a dire il vero. Non sono sola in cella, c’è un’altra ragazza, si chiama Mariam ed è rumena.
Figurati, sarà la solita clandestina che ruba per vivere, è una vergogna che tu debba dormire con gente simile.
Alice ebbe un brivido: fino al giorno prima lei avrebbe potuto pronunciare quella stessa frase, che ora invece la infastidiva come se avessero appena offeso una sua amica.
E’ una brava ragazza – si limitò a dire, pensando tra sé che, invece, era una prostituta.
Immagino, visto che è in carcere.
Veramente anch’io sono in carcere.
Sì, è incredibile; Giuliano mi ha avvisato ieri, ma non sono riuscita a venire, abbiamo avuto dei problemi sul lavoro. Il nuovo lievito…
Sandra era davvero incorreggibile: anche in una situazione come quella non poteva fare a meno di parlare di sé; cominciò un lungo discorso, ma Alice non ne fu infastidita: tutto sommato ascoltando lei, magari avrebbe pensato meno ai suoi guai.
…e così non lo metteranno in produzione, perché pare contenga delle sostanze che alterano il sapore dei cibi. Pensare che te l’avevo dato anche da provare, l’avevi usato poi?
Alice sussultò a quell’inattesa domanda e ci pensò un attimo prima di rispondere.
Ah già, ora ricordo, le bustine che mi hai dato un paio di settimane fa. No, non l’ho provato, in realtà le ho lasciate in… - Alice si interruppe improvvisamente e scoppiò a ridere fino a farsi venire le lacrime agli occhi.
La sostanza misteriosa, ecco cos’era! Sandra, io sono in carcere per tre bustine di lievito! Mi hanno arrestato pensando che fosse droga: per forza, tu le avevi prese dal laboratorio, erano trasparenti, non c’era scritto cosa contenevano.
Non capisco come tu possa trovare la cosa tanto divertente: questi incapaci ti hanno fatto passare una notte in carcere, solo perché avevi del lievito in macchina!
Non solo, gli spacciatori hanno un’auto come la mia - aggiunse Alice, sempre sorridendo.
Capirai, una punto grigia, ce l’ha la metà della gente che conosco!
Sandra aveva voglia di alzarsi e scuotere l’amica: ma possibile che reagisse ridendo ad una simile ingiustizia?
Alice però riprese a parlare, questa volta era seria, aveva una luce speciale negli occhi e Sandra non poté fare a meno di ascoltarla
Hai ragione, probabilmente dovrei essere indignata per questo errore, eppure io non riesco ad essere arrabbiata. Questa notte passata in carcere mi ha insegnato un sacco di cose e mi ha fatto un gran bene. E’ vero, ho subito un’ingiustizia, ma ho scoperto che ci sono ingiustizie più grandi, che sono perfettamente legali, perfino sancite dalla legge. Ho avuto occasione per riflettere sul concetto di colpa ed innocenza, ma anche sul fatto che ho una famiglia meravigliosa, che mi ha saputo stare vicino in un modo straordinario; lo sapevo già, ma forse lo davo un po’ troppo per scontato. Credimi, Sandra, qualche volta i guai che ci capitano sono le nostre fortune più grandi.
Io credo che certe occasioni bisogna anche saperle cogliere e solo le persone grandi come te lo sanno fare. – Sandra sorrideva ora, stringendo le mani di Alice; il colloquio era finito, ma il discorso fra le due amiche era appena cominciato.

I risultati delle analisi, naturalmente, confermarono che Alice non aveva nulla a che fare con la droga, tanto più che i veri spacciatori furono arrestati quello stesso giorno e lei tornò a casa dopo le prime ed uniche ventiquattro ore di carcere della sua vita.
La mattina dopo una mamma sorridente, mentre preparava la colazione ai suoi due figli, si rivolse al più piccolo dicendo:
Giacomo, perché non inviti Piotr a fare i compiti da noi? Potrebbe anche fermarsi a cena.
Quel pomeriggio una giovane rumena di nome Mariam per la prima volta si sentì dire da una guardia “C’è una visita per lei”.
Tutto era tornato alla normalità, ma niente era più come prima.

 

 

 

 

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